Saharawi Yoda

“Saamedì youman lil el kifaf…”

El mundo no está con la legalidad!

Pubblicato da saharawiyoda su Aprile 6, 2009

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Risoluzione ONU 1871

Pubblicato da saharawiyoda su Maggio 22, 2009

Il testo tradotto in italiano della Risoluzione ONU 1871 – 30 Aprile 2009

Clicca qui per visualizzarlo

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Vedere l’occupazione

Pubblicato da saharawiyoda su Maggio 9, 2009

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14 Marzo 2009: Evento Saharawi ad Alessano (Lecce)

Pubblicato da saharawiyoda su Marzo 2, 2009

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clicca sull’immagine per ingrandire!

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bianco su nero, 27 de Febrero

Pubblicato da saharawiyoda su Febbraio 27, 2009

Son trascorse ormai tre settimane dall’ultima volta che t’ho vista, Dajla 

araba città e fiore sulle dune.

M’hai guardato dal fondo dei tuoi occhi di sabbia e fierezza

e  sento ancora vivo il tuo sapore di vento, cipolle e cammello,

che non c’è stato tuo muro che non m’è stata casa

non una jaima in cui straniera la mia anima

che ho lasciato un po’  lì al deserto

per dissetare qualche pietra arida.

Popolo Saharawi 

m’hai dato il tuo cuore e io ti dò il mio

ogni tuo figlio è mio fratello

ogni tuo amico mio amico

la mia terra è la tua terra.

Son passate tre settimane ormai

ma sono ancora qui a volerti Dajla

liberata e libera 

oltre ogni confine

ad accendere l’incenso

e ancora tre giri di té!

Shùkran hermanos

shùkran tafilét

shùkran,

y siempre

Sahara Libre!!!

Fulvio “Volvo”

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oggi 23 Febbraio è in corso la SaharaMarathon!

Pubblicato da saharawiyoda su Febbraio 23, 2009

La SaharaMarathon è una manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi ed è giunta quest’anno alla nona edizione.
Promossa dal comitato sportivo Saharawi e organizzata da volontari provenienti da diverse nazioni, la SaharaMarathon, che comprende oltre alla maratona classica le distanze di 21km, 10km, 5km e la corsa dei bambini, ha come obiettivo la promozione dell’attività sportiva tra i giovani e le giovani Saharawi, e il finanziamento di un progetto umanitario, che per questa edizione sarà la costruzione di un centro sportivo per bambini a Dakhla.

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Per saperne di più:

www.saharamarathon.org

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Foto Intercampo Volontariato Yoda, Dajla 24 Gennaio – 7 Febbraio 2009

Pubblicato da saharawiyoda su Febbraio 23, 2009

 

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“…Il deserto mi è sempre piaciuto.

Ci si siede su una duna di sabbia.

Non si vede nulla.

Eppure qualcosa risplende in silenzio…”

“Il piccolo principe”, Antoine di Saint Exupéry


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Chi sono i Saharawi?

Pubblicato da saharawiyoda su Febbraio 22, 2009

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Stato (nome ufficiale): Repubblica Araba Saharawi Democratica
Capitale: El Ayoun (Laayoune), 187.000 (2003)
Governo: Muhammad Abdelaziz, presidente della Repubblica dal 1982 e segretario generale del Fronte Polisario;

Boucharaya Hammoudi Bayoune, primo ministro dal 1999.

L’Assemblea nazionale (parlamento) è formata da 101 membri, eletti dai consigli locali e regionali e controlla l’esecutivo.
Religione: Musulmana
Lingua: Arabo e spagnolo (ufficiali). Molti Saharawi parlano l’hassaniya.
Partiti politici (principali): Fronte Popolare di Liberazione del Saguiat al Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario), fondato il 10 maggio del 1973.

STORIA DEL POPOLO SAHARAWI

  • 1884 Il trattato di Berlino definisce i confini del Sahara Occidentale – colonia spagnola abitata dal popolo Saharawi – rispetto a Marocco e Mauritania, colonie francesi.
  • 1970 Il 17 Giugno (data storica per i Saharawi) prende vita una dimostrazione, poi chiamata Intifada di Zemla, ferocemente repressa dagli occupanti spagnoli.
  • 1973 Viene fondato il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saghia-el-Hamra e Rio de Oro), il cui manifesto è di combattere fino all’indipendenza del popolo Saharawi e al riconoscimento della sua sovranità sulla propria terra.
  • 1974 Nell’accordo di Rabat, il Marocco e la Mauritania decidono di dividersi il territorio e le ingenti risorse naturali del Sahara Occidentale.
  • 1975 La commissione inviata dall’ONU riconosce il diritto del popolo Saharawi all’autodeterminazione.
  • 1975 La Spagna cede definitivamente il Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. Questi invadono il territorio Saharawi contrastati dalla resistenza del Fronte Polisario; una parte della popolazione civile, per sfuggire al genocidio, si rifugia nel deserto algerino, in prossimità di Tindouf; il Marocco attua l’invasione tramite la Marcia Verde, insediamento di coloni marocchini nel territorio del Sahara Occidentale.
  • 1976 L’ONU condanna l’accaduto, ma senza alcun intervento concreto.
  • 1976 Viene proclamata la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica),riconosciuta da 74 paesi.
  • 1978 La Mauritania, a seguito di un golpe militare, rinunzia al conflitto e il nuovo governo ratifica (1979) un accordo di pace con il Fronte Polisario; il Marocco raddoppia quindi il proprio sforzo bellico ed invade anche la parte meridionale del Sahara Occidentale.
  • 1978 La Spagna riconosce il Fronte Polisario.
  • 1979 Il re del Marocco firma la carta dei diritti dell’uomo
  • 1982 La RASD è ammessa quale 51° stato membro dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) ed il Marocco, per protesta, se ne dissocia.
  • 1985 Il Marocco si dichiara disponibile ad affrontare il referendum, confidando sul fatto che ormai la popolazione presente nei territori rivendicati è costituita in buona parte da coloni marocchini; è quasi ultimata la costruzione di un muro lungo quasi 2.700 km, realizzato dal Marocco a difesa dei territori occupati.
  • 1988 Risoluzione ONU 621/88 e seguenti: viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.
  • 1989 Il Parlamento Europeo adotta una risoluzione a favore dell’autodeterminazione e dell’indipendenza del Popolo Saharawi.
  • 1991 Il 28 giugno il Marocco ed il Fronte Polisario accettano la tregua fissata per il 6 settembre 1991 e fissano il referendum per il gennaio 1992 da eseguirsi secondo le liste del censimento spagnolo del 1974. Questo referendum non è mai avvenuto.
  • 1991 Il 4 ottobre il Marocco organizza una seconda Marcia Verde alla quale prendono parte 155.000 coloni Marocchini, portando a 7 a 1 il rapporto tra Marocchini e Saharawi.
  • 1992 Il 15 gennaio il Parlamento Europeo nega la concessione di nuovi aiuti al Marocco fin quando non adempirà alle risoluzioni dell’ONU.
  • Dopo oltre 10 anni di attesa e di lavoro nonviolento, la popolazione è stanca. La diplomazia non ha sortito alcun effetto.
  • 2003 un Piano di pace (Piano Baker), che prevede il referendum al termine di quattro-cinque anni di ampia autonomia, viene accettato dal Polisario, ma rifiutato dal Marocco
  • Maggio 2005 i Saharawi residenti nei territori occupati danno origine a una sollevazione non violenta duramente repressa dal Marocco, che non sembra voler arretrare di un millimetro.
  • 18 agosto 2005 la liberazione da parte del Polisario, degli ultimi 404 prigionieri marocchini favorisce una maggiore distensione del clima e riapre uno spiraglio di pace.

I campi profughi dei rifugiati saharawi, nella desolata regione desertica chiamata Hammada (in arabo “sofferenza”), sono controllati dal loro stesso governo piuttosto che da un’agenzia internazionale o dal Paese ospitante. Nell’area, l’Algeria ha dato un’autonomia di fatto alla Repubblica Araba Saharawi Democratica che è tra l’altro uno dei membri dell’Unione Africana. L’organizzazione dei campi è efficiente ed è stata data priorità ai servizi sanitari e d’istruzione. Ma i quasi 165.000 Sahrawi (letteralmente: gente del deserto) rifugiati nei campi a ovest della città algerina di Tindouf, dipendono interamente dall’aiuto alimentare internazionale, recentemente ridotto in quantità e qualità. Così il 35% dei bambini soffre di malnutrizione cronica, il 13% di malnutrizione acuta e aumentano i bambini in cui si registrano ritardi nella crescita. La speranza di vita è di 45 anni per le donne e di 47 per gli uomini.

Sono una tribù nomade che discende da schiavi africani, beduini arabi e berberi dal Sanhanja. Sono in genere musulmani sanniti; parlano spagnolo e l’hassanya, una delle lingue arabe. Nella parte occupata del Sahara occidentale i Saharawi devono affrontare discriminazioni e la severa repressione delle autorità marocchine. Si calcola che circa un milione di Saharawi siano dispersi.

Tutti i bambini frequentano la scuola, mangiano e ricevono cure mediche gratuite. Ma non si può dire che le cure specialistiche e l’alimentazione sicura siano ormai diritti acquisiti. Dopo i 15 anni possono decidere di andare a studiare in Algeria o in altri paesi del Mediterraneo. Fanno parte della seconda generazione di Saharawi che non ha mai conosciuto la propria terra, se non attraverso i racconti dei nonni. Nel 1976, mentre i loro padri e fratelli combattevano, le loro madri si prendevano carico di organizzare la vita nei nuovi insediamenti.

Le donne Saharawi hanno dato vita a forme innovative di autogestione degli affari sociali e assicurato alle bambine uguali opportunità rispetto ai maschi nell’accesso all’istruzione e alla formazione professionale. Hanno garantito dignità e orgoglio a una comunità povera e sofferente che abita in alloggi precari e sopravvive grazie agli aiuti umanitari di agenzie dell’ONU, Unione Europea e varie associazioni, comitati e volontari sparsi per il mondo. Qui le attività produttive sono davvero poche. La fertilizzazione di un piccolo quadrato di terra, l’allevamento individuale di capre e cammelli e la vendita di prodotti acquistati in Mauritania non offrono molto, e soprattutto non sono redditizi, come lo sarebbe lo sfruttamento delle risorse presenti al di là del muro: i giacimenti di fosfati e i 1.200 chilometri di costa ad alto livello di pescosità.

Arrivando a sud-ovest dell’Algeria si vedono le tendopoli che ospitano la popolazione saharawi, da quando inseguiti dalle bombe al napalm del Marocco, i profughi lasciarono quella che da sempre è la loro terra: il Sahara occidentale. Qui la rabbia e l’amarezza dell’esilio offre un’immagine ancora più cruda a questo deserto, un’immagine sicuramente meno romantica rispetto a quella a cui siamo stati abituati nella nostra fantasia.

Nell’immaginario collettivo dell’Occidente, il deserto ha sempre rappresentato un luogo di fuga e di silenzio, ma soprattutto un paesaggio sognante sotto il sole che tramonta, con dolci dune e grandi oasi. L’Hammada è, invece, un tappeto infinito e monotono di pietre e i campi si distendono su un paesaggio selvaggio nella sua desolata aridità.

I nomi della principale città del Sahara Occidentale, El-Ayoun (la capitale), Smara (la città santa), Dakhla (la città portuaria più importante) e Ausserd (una piccola città dell’interno) e 27 de Febrero sono i distinti gruppi di tendopoli, o wilayas, in cui i rifugiati furono distribuiti dopo che nacque l’idea di assegnare simbolicamente alla terra d’esilio la rappresentazione della patria appena abbandonata. I campi profughi sahrawi, infatti, sono particolari in quanto assommano in sé le caratteristiche proprie dei comuni campi profughi come, purtroppo, siamo abituati a conoscere, ma possiedono anche le caratteristiche di un’organizzazione statale articolata su vari livelli.

Così la Repubblica Araba Sahrawi Democratica si è sviluppata, creando ministeri, uffici, formando funzionari, il parlamento, e l’amministrazione (giustizia, relazioni esterne..), aspetti fondamentali perché esplicitano l’interdipendenza tra i membri di un gruppo.

Si sono sviluppati gli ospedali, i dispensari e tutta l’infrastruttura sanitaria; è nata, almeno per alleviare quel senso di attesa perenne e di impotenza tipico, come abbiamo visto nel primo capitolo, di luoghi come i campi profughi, la formazione professionale per uomini (“Gassuani”) e donne (“27 de febrero”) e l’alfabetizzazione per gli adulti, sono nati musei, un centro di accoglienza per le delegazioni straniere in visita ai campi (“Rabouni”), sono nati i gruppi folcloristici, canzoni, poesie e balli. Sono nate anche le scuole, per la presenza di molti bambini saharawi che hanno vissuto questa condizione dalla nascita e che stanno dando vita alla seconda generazione di profughi. In particolare, ci sono due istituti-internato per bambini, (“12 de octubre” e “9 de junio”), che sono luoghi importanti nella crescita del bambino saharawi perché di preparazione alla loro futura, se pur temporanea, vita all’estero.

Ogni wilayas, o provincia, a loro volta si suddivide in sei e sette comuni (dairas), e ogni dairas si divide in quattro quartieri nell’ambito dei quali sono previsti 5 Comitati popolari, competenti nei settori chiave: educazione, sanità, affari sociali, approvvigionamento alimentare, artigianato.

La condizione in cui è nato questo Stato profugo ha costretto i saharawi a seguire un modello di tipo socialista, inoltre, alcuni degli aiuti più importanti sono arrivati da paesi come la Libia, Cuba e per una grandissima parte dall’Algeria che già in qualche modo avevano organizzazioni di tipo socialista o comunista. Negli anni ’80 Fidel Castro, da sempre solidale con la rivoluzione saharawi, fece costruire a Smara, ad esempio, il primo centro per bambini con handicap fisico e mentale gestito da volontari saharawi, alcuni specializzati in educazione speciale, altri laureati all’estero in medicina e tanti semplici volontari. Sono progetti che piano si stanno allargando anche alle altre province, iniziative nelle quali vengono coinvolti soprattutto le donne e i giovani del villaggio appena ritornati dall’estero per motivi di studio. Infatti, di solito nei campi vivono donne, bambini, anziani e pochi uomini, la maggior parte giovani sotto i trent’anni, perché molti sono al fronte, nei territori liberati del Sahara Occidentale. Anche se la guerra è per adesso sospesa, questa assenza è visibile e le donne la ripropongono spesso nei loro discorsi. La famiglia è, in generale nel mondo arabo ed in particolare tra le popolazioni di origine nomade, il cuore pulsante dell’organizzazione sociale. Le parentele, che si intrecciano come una fitta ragnatela sono espressione dei vari matrimoni della donna (il divorzio può essere chiesto da entrambi i coniugi, con la possibilità anche per la donna di risposarsi) o dei suoi genitori e soprattutto sono molto prolifici: nell’arco di tre generazioni si arriva a circa 100 individui.

Vivono tutti insieme in grandi tende, ‘jaimas’, tutte uguali (diverse dalle tende tradizionali dei nomadi), costruite in loco con stoffa dell’O.N.U. o del nord-Europa. Le tende sono rettangoli di una dimensione variabile tra i 15 ed 30 mq., con quattro entrate, di cui una sempre aperta, vicino la quale si lasciano le scarpe perché all’interno ci sono stuoie, tappeti e dei materassi sintetici disposti a perimetro della tenda per sedersi e per dormire. Non ci sono sedie e tavoli, si sta seduti sui materassi o per terra anche per mangiare. Dentro le tende si può trovare qualche piccolo mobiletto per riporre le poche cose disponibili, molte coperte per il rigido inverno, cuscini ed il necessario per il the: un grande vassoio d’ottone o di rame, un fornellino alimentato dalla brace o dal gas, una piccola teiera, tanti piccoli bicchieri, the verde cinese e zucchero.

Il the per i saharawi rappresenta la bevanda tradizionale per eccellenza, dal momento che è più salutare dell’acqua. Ha anche una funzione reidratante e “alimentare”, l’alto contenuto di zucchero, infatti, diminuisce l’appetito e consente di reggere ad una dieta molto “spartana”. Naturalmente l’uso prolungato può provocare anche casi di diabete, malattia incredibilmente diffusa negli accampamenti. L’acqua bollente viene versata sul primo bicchiere nel quale viene messo il the, poi con gesti abili ed eleganti, inizia il travaso da un bicchiere all’altro. Questa operazione viene ripetuta decine di volte e quando il te è pronto per essere bevuto è denso, dolce e con la schiuma. Il the viene offerto per tre volte: il primo bicchiere è amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte. In questo modo il the diventa un rituale che ripetuto diverse volte al giorno (da uomini e donne indifferentemente) serve a riempire le lunghissime giornate nel deserto ed a facilitare la socializzazione. Questo gesto è il massimo della considerazione che i saharawi hanno per i loro ospiti. Questa gente, che non ha veramente nulla possiede l’antica capacità di far star bene, di saper accogliere e far sentire importante l’ospite.

Una tenda viene costruita ogni volta che si forma un nuovo nucleo familiare e vicino a questa si costruisce anche una casetta in mattoni (fatti di argilla ed essiccati al sole), coperta con metallo, che servirà da cucina. Da qualche anno molte famiglie hanno iniziato a costruire anche dei bagni (con fosse a dispersione nel terreno) e delle ulteriori costruzioni che vengono utilizzate in inverno per proteggersi dal freddo. Questo costruire è aumentato molto da quando il processo di pace è divenuto stagnante perché molte persone, stanche di vivere questo tipo di vita, hanno deciso di adeguare un poco la loro abitazione al trascorrere degli anni. Il governo non incentiva queste costruzioni, come fa con la tenda, jaima, che viene concessa, ma non le ostacola in nessun modo.

Tutte le necessità primarie, materiali degli individui sono soddisfatte da questo che, attraverso il Comitato dell’alimentazione della daira, distribuisce dallo zucchero alla farina, dal latte in polvere ai vestiti ed al gas per l’illuminazione e per la cucina.

Tutto dipende dagli aiuti umanitari forniti dall’Ufficio umanitario della Comunità europea (ECHO), dai vari organismi internazionali (CISP, PAM, HCR, CEE, ecc.), dalla Mezza Luna Rossa Algerina e dalla solidarietà internazionale che da 28 anni lavora soprattutto alla ricerca di risorse per coprire le necessità di base. L’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati fornisce ogni anno circa 25mila tonnellate di aiuti, cui se ne aggiungono 7mila della UE, sostegno importantissimo, ma che non deve diventare una politica compensativa per il continuo ritardo di una soluzione finale del conflitto e, quindi, conclusione del periodo di rifugio.

Il cibo, i vestiti e gli oggetti di utilità (taniche, bombole di gas, lampade) sono distribuiti equamente e mensilmente a tutte le famiglie, integrati solo dal latte proveniente dalle capre allevate ai margini del deserto o dalle poche verdure che si riescono a coltivare, non senza problemi vista l’alta salinità del suolo, grazie alle pompe d’acqua. La mancanza di prodotti freschi ha portato negli anni al verificarsi progressivo di maggior vulnerabilità, soprattutto per alcune fasce della popolazione come le donne in periodo di gravidanza e allattamento e i bambini sotto i 6 anni.

Qui la gente vive, sotto il cielo infinito di una terra che non vede mai acqua, che nelle rarissime volte in cui è colpita da un acquazzone è capace di far fiorire miriadi di semi che da anni aspettano tra le rocce, mentre con la stessa forza può distruggere le precarie abitazioni, spazzando via i pochi averi. Anche se le wilayas sono ben organizzate molto è ancora da fare, soprattutto ciò che può far cessare l’esilio in questo deserto, permettendo a questa gente di non vivere più in questa carcere a cielo aperto.

Dice un proverbio saharawi: il coraggio è di vivere per la libertà!

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Fieramente Saharawi

Pubblicato da saharawiyoda su Febbraio 21, 2009

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